Quando dire “basta” sembra impossibile: comprendere paure, sensi di colpa e blocchi emotivi per scegliere con maggiore consapevolezza e tutelare il proprio benessere psicologico.
Dire a sé stessi “non so come lasciare il mio fidanzato”, “non so come lasciare mio marito”, “non so come lasciare mia moglie” o “non so come lasciare la mia fidanzata” è molto più comune di quanto si pensi. Spesso chi arriva in terapia non porta come problema principale la relazione, ma il senso di blocco che la accompagna: una parte di sé sa che qualcosa non funziona, mentre un’altra resiste al cambiamento.
La fine di una relazione raramente riguarda soltanto il partner. Coinvolge identità, abitudini, progetti, famiglia, sicurezza economica, figli, paura della solitudine e persino l’immagine che abbiamo di noi stessi. Per questo lasciare una relazione può diventare uno dei passaggi psicologicamente più complessi della vita adulta.
Dal punto di vista della psicoterapia cognitivo comportamentale, il problema non è soltanto “come lasciare”, ma comprendere perché non riesco a farlo, anche quando sento che sarebbe la scelta giusta.
Perché è così difficile lasciare una relazione?
Molte persone restano in relazioni che percepiscono come terminate emotivamente. Non sempre per amore. Spesso entrano in gioco alcuni meccanismi psicologici:
Paura della solitudine. Il pensiero “meglio una relazione infelice che stare soli” è più diffuso di quanto sembri. Dietro c’è spesso un forte bisogno di attaccamento e la paura dell’abbandono.
Senso di colpa. “Se lo lascio lo distruggo”, “lei non se lo merita”, “dopo tutto quello che abbiamo vissuto non posso farlo”. Il senso di responsabilità verso il dolore altrui può diventare paralizzante.
Dipendenza affettiva. In alcune relazioni il legame diventa così centrale da far percepire la separazione come una perdita di identità. Non è più “noi due”, ma “io senza di lui/lei non esisto”.
Speranza di cambiamento. Molti restano perché pensano: “forse migliorerà”. È una forma di rinvio emotivo che spesso prolunga la sofferenza.
Paura del conflitto. Alcune persone non lasciano non perché non vogliano, ma perché temono la conversazione finale, la rabbia del partner, le reazioni imprevedibili.
I segnali che indicano che la relazione è in crisi
Non esiste una formula matematica per capire quando una relazione è finita, ma alcuni segnali meritano attenzione:
- ti senti costantemente svuotato o frustrato;
- immagini spesso una vita senza il partner;
- la comunicazione è ridotta o conflittuale;
- provi più ansia che serenità;
- hai smesso di investire emotivamente nella coppia.
Se questi elementi persistono, non si tratta solo di una “fase”.
“Ma se poi me ne pento?”
Questa è una delle domande più frequenti.
Il timore del rimpianto è normale. La mente cerca certezze prima di prendere decisioni importanti, ma nelle relazioni raramente esistono.
La domanda utile non è: “E se me ne pentissi?”
La domanda più funzionale è: “Cosa mi costa restare dove sto?”
Molte persone valutano soltanto il dolore del cambiamento e dimenticano di considerare il costo psicologico dell’immobilità.
Restare in una relazione non autentica può aumentare:
- ansia
- depressione
- irritabilità
- bassa autostima
- somatizzazioni
Quando il problema non è il partner, ma la paura di decidere
A volte il partner non è il vero problema.
Il nodo centrale è la difficoltà nel prendere decisioni definitive.
Chi fatica a lasciare spesso presenta:
- forte bisogno di approvazione;
- paura di deludere;
- perfezionismo (“devo essere sicuro al 100%”);
- evitamento del dolore.
In terapia lavoriamo proprio su questo: sviluppare tolleranza all’incertezza e capacità decisionale.
Perché nessuna scelta importante arriva senza una quota di disagio.

Come lasciare una persona in modo sano
Lasciare non significa ferire inutilmente.
Una separazione rispettosa richiede chiarezza.
- Smetti di aspettare “il momento perfetto”
Quel momento spesso non arriva. Rimandare prolunga la sofferenza di entrambi.
- Comunica chiaramente
Frasi ambigue come “ho bisogno di una pausa” o “forse dovremmo riflettere” mantengono false speranze.
Meglio: “Ho capito che questa relazione non mi fa più stare bene e ho deciso di chiuderla.”
- Non trasformare la conversazione in un processo
Non serve elencare ogni difetto del partner. L’obiettivo non è accusare, ma comunicare una decisione.
- Accetta il dolore
Lasciare qualcuno non significa non soffrire. Spesso si soffre comunque, anche quando si è convinti.
- Mantieni confini chiari
Dopo una separazione servono limiti: messaggi continui, ambiguità o “amicizie immediate” spesso rallentano il distacco.
E se ci sono figli?
Quando ci sono figli, la complessità aumenta.
Molti restano “per i bambini”. Ma crescere in un clima di tensione cronica può essere più dannoso di una separazione ben gestita.
I figli non hanno bisogno di genitori perfetti.
Hanno bisogno di adulti emotivamente stabili.
In questi casi può essere utile un percorso di supporto psicologico per gestire comunicazione, sensi di colpa e ridefinizione familiare.
Quando la relazione è tossica
Se nella relazione sono presenti:
- manipolazione,
- svalutazione,
- controllo,
- isolamento,
- aggressività verbale o fisica,
non si parla più solo di crisi di coppia.
Si parla di relazione tossica o, in alcuni casi, di abuso psicologico.
In questi casi il supporto professionale è fondamentale. Uscire da una relazione tossica spesso richiede un piano, sostegno emotivo e una rete di protezione.
Come aiuta la psicoterapia cognitivo comportamentale
La Terapia Cognitivo Comportamentale aiuta a:
- identificare i pensieri che mantengono il blocco (“non ce la farò”, “farò soffrire tutti”);
- ridurre il senso di colpa disfunzionale;
- lavorare sulla dipendenza affettiva;
- rafforzare l’autostima;
- migliorare la capacità di prendere decisioni;
- gestire ansia e paura del cambiamento.
L’obiettivo non è dirti se lasciare o restare.
L’obiettivo è aiutarti a scegliere in modo libero, non guidato dalla paura.
Se ti riconosci nel pensiero “non so come lasciare il mio partner”, parlarne con un professionista può aiutarti a uscire dal blocco. Il dott. Fulvio Gregori, psicoterapeuta cognitivo comportamentale a Roma in zona Marconi, riceve pazienti provenienti anche dai quartieri Portuense, Ostiense, Trastevere, San Paolo, Monteverde, Testaccio, Garbatella, Magliana, Ponte Galeria, EUR e Torrino, offrendo percorsi terapeutici mirati per aiutarti a ritrovare lucidità, ridurre l’ansia e scegliere con maggiore serenità.

